MESSAGGERO VENETO Anno XXXI - N. 126
sabato 29 maggio 1976

 

Torna il sole in un giorno senza scosse

Oggi la Regione approva la legge per la riparazione delle case.
Ancora due vittime: i morti accertati saliti a 948.


LA VOCE PIU' FORTE

Graziis, signor, il soreli (grazie, Signore, il sole!) l'ha detto una dissepolta, viva quando è uscita dalle macerie di fronte alle fotoelettriche che illuminavano il buco tra le macerie che potevano essere la sua tomba. Il terremoto, la paura, le tende, la pioggia, o, addirittura, la neve e di nuovo il sole: La grande, biblica tragedia del popolo friulano sarà stona quando non ci saremo più. Abbiamo tentato di raccontare, come cronisti, quei frammenti di fatti che ci sono pervenuti direttamente o per testimonianze genuine. Ma ci accorgiamo, man mano che i giorni passano e i morti aumentano, che non abbiamo ricordato a sufficienza quei poveretti sorpresi a tradimento dal sussulto della loro amatissima terra nel cuore della famiglia. Non abbiamo parlato neppure a sufficienza degli scampati, dei dissepolti ancora vivi. Certo, qualcosa abbiamo narrato, ma si tratta di poco rispetto a quel che si deve sapere, si deve dire, si deve tramandare. Confessiamo che il compito degli annotatori di questa sventura é troppo grande e ci scusiamo con i nostri lettori se non abbiamo avuto parole per tutti. Abbiamo cercato di dare notizie, di presentare le immagini, di fare la cronaca del perdurante e catastrofico, terremoto giorno per giorno come potevamo. E ci pareva, in fondo, di avere tatto già tanto, ma ogni giorno che passa ci accorgiamo che qualcosa non si è raccolto, che qualche fatto è stato ignorato, che c'è da dire di più. Ci rendiamo conto che per tanto tempo avremo da scrivere, da raccontare, da testimoniare: non soltanto quel che è accaduto, ma quel che viene dopo che è pure triste come ogni risveglio dopo un evento senza possibili, o memorabili, riscontri storici. Per questo, oggi vogliamo parlarvi di due sopravvissute, due povere donne friulane, che sono state sotto le macerie per tantissime ore. Una è appunto quella di cui abbiamo riferito, all'inizio, l'esclamazione. Non ne conosciamo il nome, ma sappiamo che é usata dall'inferno di Majano. Dopo avere ringraziato per aver rivisto il sole, che poi era artificiale, ma per un sepolto vivo la luce è sempre il sole, ha detto ai soccorritori, in ginocchio, "scusait se no us ai ringraziat prime" ("scusate se non vi ho ringraziato prima" prima del sole, del Signore). Aveva accanto a sé due bambini, uno morto l'altro fortunatamente ancora vivo. L'altra sopravvissuta, ci dicono sia di Gemona, è stata tratta fuori dalle rovine dopo oltre quattordici ore di scavi e di sforzi sovrumani. A un certo punto, attraverso un buco le hanno teso una mano che lei ha afferrato e non mollava più. Si sentiva che parlava con il figlioletto accanto e che gli prometteva che lunedì sarebbe andato a scuola. Una borraccia d'acqua per ristorarla, passata attraverso un pertugio, ha pure liberato la mano del soccorritore. Ma, alla fine, quando la poveretta è venuta fuori, ha detto soltanto, tristemente, ma senza rimprovero, che il suo figliolo, che voleva tornare a scuola, era morto da quattro ore. Pensi, ci diceva chi l'aveva salvata, non eravamo contenti, ma disperati, per quel ragazzo, e ci sembrava, pur non credendolo, di non essere stati sufficienti né capaci. E ieri é morta a Osoppo una mamma di 22 anni che aveva salvato il figlio dalle macerie allattandolo mentre scavavano. Il marito le era morto vicino. Quanti morti, quanti fratelli, povera gente, che non compare nei necrologi, sono spariti tra i detriti delle case quella notte tremenda che non si potrà mai dimenticare? Noi abbiamo parlato tanto dei paesi, della gente che vuole ricostruire, del Friuli che intende rinascere. Ed è stato in fondo giusto perché ci voleva coraggio. I friulani non hanno pianto, e il mondo si è meravigliato. Hanno tutti detto che e gente fiera, migliore ed esemplare. E' giusto, è vero, ne siamo da anni testimoni. Ma dentro, dentro il pianto è torte, è acuto, punge. I morti conosciuti e quelli che non abbiamo saputo sottrarre alle macerie ci parlano con le parole del bambino che voleva, che sperava, di tornare a scuola. La voce di quel morticino innocente è l'unica più forte che dobbiamo sentire nei giorni duri che verranno. Tornare a scuola, continuare a vivere, rifare le case, ricostruire il Friuli. Grazie a Dio è tornato il sole. Dobbiamo ricominciare, com'è accaduto nei secoli dopo ogni sventura. Con l'aiuto della parola dei nostri morti.

Vittorino Meloni

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