MESSAGGERO VENETO Anno XXXI - N. 124
giovedì 27 maggio 1976

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Non ci si scoraggia perché il Friuli lavora

A ventuno giorni dal terremoto si scoprono ancora ferite, ma aumenta la voglia di riattare e di ricostruire. Continuano le scosse di assestamento: ieri tre leggere.

L'EQUILIBRIO CHE RIMANE

Che cos'ha rotto il terremoto in Friuli? Quante volte ci siamo fatti questa domanda. L'idea della catastrofe l'abbiamo avuta chiara quella notte terribile di giovedì 6, ma per quanto pensassimo il peggio non eravamo arrivati a definire, nella mente e nel cuore, un disastro così grande come si vede meglio ogni giorno che passa. Ci sono stati i paesi distrutti: un grande botto, un baleno, e giù come castelli di carte case nuove e vecchie e sotto tanti morti, troppi, e tanti ancora non dissepolti. Ci sono stati altri paesi che hanno preso un terribile scossone, che hanno tremato, si sono sgretolati, ma sono rimasti in piedi apparentemente. Il primo è il caso per esempio di Gemona, Osoppo, Venzone, Majano, Forgaria e altri; il secondo è il caso di Tarcento e molti più paesi. Qui il terremoto arriva adesso, perché le case che non sono crollati, ma che stanno in piedi pericolosamente, devono essere abbattute, e ogni giorno ne viene messa giù una o più. Qui in un certo senso il peggio arriva adesso. La ricostruzione dei danni è certamente la parte più amara. Fin quando c'erano dei sepolti vivi da salvare il coraggio non mancava e anzi toccava punte esemplari proprio nei paesi dell'epicentro. Nei paesi lesionati si è rimasti sbigottiti, ancorché non inattivi, ma le crepe insinuatesi nelle case, nel cuore degli edifici, vengono fuori, ammoniscono e fanno paura anche adesso, a ventuno giorni dal terremoto. Il paesaggio, visto dall'alto, è più triste e più terrificante del giorno dopo il sisma. Ora si vedono le case rase al suolo, in un ordine messo nelle macerie che appiattisce e snatura polverosamente un panorama già verde e dolcissimo. Lo spettacolo potrebbe scoraggiare se non si vedesse, al tempo stesso, che attorno alle macerie, in mezzo a tutti i paesi, la gente lavora, non si stanca di fare, continua a manifestare quella gran voglia di rinascere che è proprio la caratteristica della gente friulana. Bisognerà fare presto, si sente dire da tutti, perché tutti hanno frenesia positiva di non perdere tempo, a scegliere che cosa preparare per il freddo e la neve che verranno prima anche prima anche prima di quel che si crede dopo la breve estate. Si sa che non si può riposare, né attendere, né trascurare, né scartare un'idea, un progetto, un contributo. Anche le scosse continuano, e altrove farebbero paura, ma qui ormai non più, si pensa che possa essere vicino il punto finale dello stato d'emergenza. Non naturalmente l'organizzazione di assistenza che lo stato ha istituito e che dovrà durare qualche mese prima di cessare per lasciare spazio (ma spazio c'è già adesso, e con esso le prime azioni) alla ricostruzione. Quel che il terremoto ha rotto è l'anima, lo spirito, l'equilibrio e la concretezza dei friulani. Se pensiamo per un attimo soltanto alle prossime per un attimo soltanto alle prossime elezioni, ormai mancano soltanto 25 giorni alle votazioni, e se chiediamo a chi vive tra i terremotati o a chi opera a Udine che ha ripreso in appieno la funzione tradizionale di base di retrovia di questa guerra vera, bene se ci interroghiamo e se ripensiamo alla natura friulana, scopriamo allora che il terremoto non ha rotto l'equilibrio politico che qui era solido ed esemplare. Chi è estraneo al Friuli e alla regione forse non capirà, non crederà, farà calcoli sbagliati. I terremoti voteranno per la gente che è stata sempre con loro, che li conosce, che ha agito concretamente. Se abbiamo una legge eccezionale, cospicua di provvidenze, se abbiamo per la prima volta nella storia d'Italia aiuti che potremmo amministrarci da soli, se si è ottenuto così un riconoscimento che nessuna regione aveva mai raggiunto, per diverse calamità, vuol dire che i nostri rappresentanti, quelli che contano e hanno peso, che operano senza clamori, hanno saputo dare efficacia alla richiesta popolare. Non occorre fare nomi, li conosciamo tutti, sono tra noi, e sono friulani che sanno esserlo anche a Roma.

Vittorino Meloni

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