MESSAGGERO VENETO Anno XXXI - N. 117
mercoledì 19 maggio 1976


Non basta voler ricostruire il Friuli bisogna anche mantenerlo vivo e unito

Ancora scosse: quanto tempo passerà prima di uscire dall'emergenza? Non basta voler ricostruire il Friuli bisogna anche mantenerlo vivo e unito. Oggi al senato i provvedimenti eccezionali del governo.

NON DISCRIMINARE

A vedere come Udine si è risvegliata, riprendendo vita nei negozi e negli uffici, nelle case non incrinate e in quelle pur lesionate, ma agibili, abbiamo avuto la conferma di quella certezza che sempre abbiamo manifestato sulla possibilità di salvare il Friuli, non soltanto di ricostruirlo, ma di mantenerlo vivo e unito. Perché Udine è il cuore del Friuli e senza Udine ce ne sarebbe di meno, o sarebbe diverso e forse diminuito. E' quel che si deve a tutti i costi evitare. Dipende da noi, questo si, principalmente da noi. La volontà dei Friulani di ricostruire è grande ed esemplare, l'aiuto che ci arriva è abbastanza cospicuo; ma chissà quanti aiuti ci occorreranno: certo tanti, tantissimi. E' difficile precisarlo, com'è difficile definirne l'entità della catastrofe che mostra ogni giorno aspetti più gravi e più inquietanti. Parliamo oggi di Udine, città coraggiosa e orgogliosa, perché se lo merita. Udine non ha avuto morti, ma case dissestate e da sgomberare e demolire ne ha avute molte di più di quel che si vede dalle strade. E' obbiettivamente una città terremotata, percorsa da vene di subdole crepe. Il castello lesionato, la specole da smontare e rifare, il campanile fratturato (ma l'Angelo sega esattamente il vento, ed è buon segno, come abbiamo rilevato dal primo giorno del terremoto), la torre Manin piena di spaccature, le case vecchie dei borghi cittadini già precarie prima adesso più insicure quando non addirittura in pericolo: il panorama dei danni è ingente. Eppure la città vive, vuol vivere, più per forza d'animo, per consapevolezza del suo ruolo che per struttura. Ci sarebbe abbastanza per una città smorta, senza volontà, attonita e persino atterrita. Altrove sarebbe una città semideserta, ma qui no, perché gli udinesi di un'altra pasta, friulana, e non se lo dimenticano mai. Detto questo, tuttavia, c'è da osservare, che Udine, come altri centri, entra nell'orbita del terremoto, non accetterebbe di essere discriminata. Purtroppo, e lo diciamo con infinita amarezza, fuori di qui non si capisce, qualcuno scambia il coraggio per assenza di pericolo, la voglia di fare per mancanza di danni gravi. Nessuno chiede, nessuno pretende, nessuno pretende, questo è lo stile friulano da sempre, ma guai a commettere ingiustizie proprio con chi è più riservato, più forte d'animo e sa soffrire senza plateali manifestazioni piagnucolose. Abbiamo segnali di incomprensione con quanto si verifica nelle scuole: ci sono classi a Udine di ragazzi di via Aquileia che abitano sotto la tenda e non possono rientrare nelle case pericolanti che debbono fare gli esami, anche scritti, mentre altri, provenienti dai paesi disastrati, e pure sotto la tenda, ne sono esenti. La sofferenza di questi ragazzi è uguale: perché ci deve essere una differenza? Una grande, uguale e immensa disgrazia ha unito i friulani: nessuno faccia in modo che siano divisi. Ci sono dei provvedimenti, abbiamo citato quello delle scuole, ma potremo farlo per altri, che non costano soldi. I soldi tutti ai paesi dei morti e delle case perdute in massa, ma il resto, quel che non costa e aiuta pur tanto, a tutti, a Udine come a Pordenone, a Tarvisio come a Cividale, a Spilimbergo come a Maniago, a San Vito come alle Valli del Natisone. Nessuno intende aver sussistenza, ma , ripetiamo, giustizia.

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