MESSAGGERO VENETO Anno XXXI - N. 110
Martedì 11 maggio 1976

 

Una gran voglia di vivere

Tanti aiuti da ogni parte, ma il disastro è immenso. Il tragico bilancio continua a salire: 842 morti accertati, 400 dispersi, oltre 50 mila senzatetto. I viveri sono sufficienti, la situazione sanitaria sotto controllo e si escludono pericoli di epidemia. A Udine si riaprono uffici e negozi e riprende il lavoro. Altre tre scosse, una di 6,6 gradi della scala Mercalli, ma in un'area stretta, e due di 5,6 e 4,5. Duecento miliardi primo stanziamento del governo.

I FRIULANI NON S'INGANNANO

Non facciamoci illusioni: il disastro è immenso, più di quel che si vede. Per ritrovare i paesi dove erano e sono scomparsi ml terremoto ci vorrà tempo, mezzi ingenti e un grande spirito di sacrificio. Non basta la grande voglia di vivere che si manifesta già adesso nonostante le scosse non siano ancora finite. Non è sufficiente il pur cospicuo flusso di denaro offerto. Ci vuol altro e ben di più. Ma speriamo che tutto questo l'avremo. E' certissimo che non mancherà mai la volontà di lavorare, di rifare, di restaurare questo Friuli così apocalitticamente colpito. Le braccia sono vigorose e sono tantissime: sono quelle di tutti i friulani. Siccome il Friuli ha ottenuto, meritatamente, di amministrarsi da solo la sua restaurazione, dobbiamo guardare seriamente a quel che c'è da programmare senza inclinazioni né per le facili speranze. Neppure per il pessimismo (della speculazione astiosa e insipiente non é neppure il caso di trattare in questa terra di gente che parla poco e sa fare molto). E dunque pensiamo sl futuro serenamente, ma con realismo assoluto. Occorrono mezzi ingenti, dicevamo, e va bene. Ma prima di arrivare a rifare le case se ne dovranno demolire forse più di quante ne siano crollate in quella tremenda notte di giovedì. Forse si dovrà farlo anche in alcuni borghi di Udine che è entrata appena nel cerchio dell'onda sismica, ma pure ha riportalo guasti subdoli anche se non proprio pericolosi. Dopo aver eliminato le case che non sono più tali, anche se possono sembrarlo perché sono lì con qualche crepa e i tetti sbilenchi, si dovranno rifare le strade. Già, perché mancano le strade e non soltanto quelle dei paesi, ma molte che portano ai vari centri più piccoli. E con le strade, le fagnature, le reti idriche, quelle elettriche e insomma il sistema vitale di ogni zona abitabile e civile. Alla fine di tutto ciò, appunto li potrà cominciare a rimettere su case nuove. E per questo, sia pure senza disquisizioni e rivalità di sognatori e di progettisti dell'utopia, si dovranno fare dei piani. Indispensabili, dopo un sisma del genere, dovranno essere le misure cautelative. Un mese, sei mesi, un anno: quanto tempo ci vorrà? Siccome i friulani sanno sbalordire e difficile prevedere. E' facile tuttavia capire che non sarà allatto breve. Sono arrivate le tende: benissimo, perché serviranno. E' meglio non installare baracche perché allora le case diverrebbero un sogno più lontano. I friulani non le vogliono: qui non e il Belice, e l'hanno capito tutti. Forse ci vorranno roulotte, che non sono baracche e non sono tende, non sono fisse e neppure gracili come gli accampamenti. L'estate dura poco nelle zone terremotate, il freddo verrà più presto di quel che si sa fuori di qui. E per l'inverno non ci saranno le case: è quasi impossibile. Riflettiamoci, non si creino speranze vane. I friulani possono sopportare, come hanno dimostrato al mondo, un terremoto che ha fatto un'ecatombe. Non accetteranno mai facilonerie, come respingono lo sfruttamento pietistico e le predicazioni del malumore. I friulani sanno che un'altra volta devono ricominciare.

Vittorino Meloni

Ovunque si raccolgono i morti

Soldati dell'esercito italiano trasportano bare