MESSAGGERO VENETO Anno XXXI - N. 18
Lunedì  10 maggio 1976


Una mano al Friuli che resta

C'è ancora paura, ma è più forte la volontà di ricostruire. Si ripetono, ma più leggere, le scosse (finora 46) dopo quella allarmante dell'altra notte, che ha provocato nuovi danni. Si seppelliscono i morti (quelli accertati sono saliti a 812) e si continua a scavare. Piove sulle macerie e si fa perciò più urgente il bisogno delle tende. E' in arrivo un'ondata di aiuti da tutta Italia e dall'estero. Oggi o domani il governo deciderà eccezionali provvedimenti. I friulani vogliono amministrarsi le risorse che si raccoglieranno.

DA UDINE SI RINCOMINCIA

Le scosse vanno scemando, dopo quella brutta dell'altra notte. C'è ancora la paura, ma pure ritorna piano piano la speranza che altre sussultanti sorprese non vengano a scuotere le case provate che sono rimaste in piedi e la volontà della gente, degli udinesi in particola re che sono vissuti in questi giorni attorno alla città, nei prati, di riprendere a lavorare. Sulla fascia pedemontana sconquassata dal terremoto si é aggiunta un'altra porzione di rovine, ma per fortuna non ci sono stati altri morti Ce ne sono già tanti, troppi, da seppellire e da scoprire fra le macerie. Ci sono altresì tanti edifici, troppi, che devono essere demoliti perché sono pericolosi (stamani dovrebbe essere abbattuto il campanile di Venzone). Il panorama del disastro è così vasto e allucinante da sembrare irreale. Ogni giorno che passa si capisce di più quanto grave è stato il terremoto, come abbia colpito più di una guerra. Attorno alle rovine la terra è verde, quant'è verde!, e bella, quant'é bella! Questa terra, si pensa, non può morire, non può languire. Per carattere senz'altro, ma anche perché questa terra é un'isola rara e particolare nel paese, la gente resta e con essa resta il Friuli. Le famiglie che sono rimaste senza un tetto si arrampano accanto alle rovine e non pensano affatto di sfollare. Attendono che la furia naturale passi, cessi del tutto, per poi ricominciare.Intanto nessuno sta con le mani in mano. Tutti collaborano ai soccorsi in uno slancio e un senso di calma che non hanno bisogno di ordini né di disciplina. I friulani sanno fare da soli, lo si sa bene, e l'hanno rilevato tutti quelli che sono venuti a conoscere la disgrazia toccata loro. L'esempio che in questa sciagurata occasione hanno dato ha suscitato una moltiplicazione gigantesca di solidarietà. Un fiume di aiuti scorre per le autostrade per giungere a Udine. Vengono da tutte le parti d'Italia e dall'estero. Di altri si annuncia l'arrivo. Ma si capisce che non basteranno questi primi, pur generosi gesti, per contribuire quanto sarebbe necessario (e chissà quanto sarà) alla ricostruzione. Abbiamo già scritto che ci vorranno mezzi colossali, risorse ingenti e tempo, tanto tempo, prima di ritornare a casa e nelle officine squassate dal sisma. Non basterà, crediamo, la solidarietà nazionale. Ci vuole ben altro, perché il disastro é più grande, più vasto di quel che pure si vede spaventosamente. Udine é al centro dell'interesse che sgorga di lontano. Tutti guardano e si indirizzano qui. E così da ogni parte ci si rivolge a questa città che non riconosceva, o non si ricordava più, forse dal tempo di Caporetto. Udine è il Friuli, una città sgomenta che ha trascorso una giornata tristissima anche ieri senza neppure accorgersi che era domenica. Però si è guardata dentro, nei suoi palazzi risparmiati dal tempo e dalle bombe, monumenti di storia, e nei condomini ordinati, non sfacciati ne alteranti l'antico, armonioso profilo urbanistico. Si è scoperta ferite anche se non gravi. A rincuorare i cittadini ché l'angelo segnavento del castello che ruota ancora sul campanile. E' un segno buono, come sanno bene gli udinesi. Oggi, dunque, la città ricomincerà, con i suoi uffici, i suoi negozi, i suoi servizi che del resto hanno sempre funzionato meglio che altrove. Gli udinesi si rendono perfettamente conto che, in questo tragico momento, hanno doveri maggiori del passato. C'è quella parte - la grande area a sud, fino al mare, che non ha subito se non di riflesso l'onda del terremoto ed è rimasta immune - che ha bisogno di Udine. Più ancora ne hanno ovviamente i friulani dei paesi distrutti. E per questo Udine, anche con le sue ferite, sarà da oggi ancora quel grande cuore che dà vita al Friuli.

Vittorino Meloni

Osoppo: un paese fantasma

Si scava ininterrottamente per recuperare i sepolti vivi