Canapa e lino erano coltivati in Friuli dalla pianura a oltre mille metri di altitudine. In molte famiglie, soprattutto agli inizi del secolo e nel difficile periodo della guerra, si tenevano piccoli appezzamenti coltivati a canapa (talvolta coltivata anche negli orti). Il lino era lino nostrano e abbastanza grezzo, era coltivato in prossimità delle zone umide. Lino e canapa avevano tempi diversi di semina e di raccolta, ma erano analoghi i procedimenti e uguali gli strumenti adoperati per liberare le fibre della parte legnosa. Nel museo possiamo vedere alcuni esempi di queste piante nelle varie fasi di lavorazione (semi di lino e canapa, canapa verde, canapa battuta, fibra di lino e canapa, filati e tessuti), inoltre troviamo la maciulla (gramule o frac) che serviva per liberare entrambe le fibre. Nei paesi friulani, le operazioni riguardanti l'utilizzazione della lana, si effettuavano in ambito domestico.

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Soprattutto nei momenti di recessione quali le guerre, molte famiglie tenevano uno o due pecore per ricavare la lana da filare in casa. La tosatura veniva effettuata una o due volte l'anno con le forbici apposite, la lana del dorso e delle spalle (lane di scherne) più lunga e pulita si filava senza preventiva lavatura, mentre quella delle gambe, più sporca e scadente veniva prima lavata e poi cardata. L'operazione della cardatura (garzâ, sgarzâ) avveniva mediante un arnese (garç) con la base di legno e i dentini uncinati. Per la filatura della lana (ma anche della canapa e del lino) si adoperava sia la rocca a palla (rocje) sia quella a forchetta (spiçot) e in seguito il filatoio (gurlete) che abbreviava il lavoro. Il filo raccolto dalla gurlete, veniva avvolto sulla daspe, uno strumento con un perno orizzontale che serviva per fare la matassa (ace, macete). In seguito la matassa veniva posta sull'arcolaio (devoltedôr) per poterla svolgere e farne un gomitolo. L'altro termine friulano dell'arcolaio è corli, gurli e suggerisce l'idea del movimento rotatorio dell'oggetto, che gira su un perno centrale, fissato ad una grossa base di legno (çôc).



La tessitura casalinga, esercitata nel secolo scorso da tessitori che lavoravano a domicilio, diminuisce continuamente d'importanza, lasciando già alla fine del secolo il posto ai grandi stabilimenti e anche al lavoro di telai meccanici di chi lavora per conto di negozianti o industriali. Testimonianze orali ci hanno segnalato la presenza di alcuni tessitori operanti a Fagagna, in casa propria, a cui la gente si rivolgeva soprattutto per la realizzazione di tela per lenzuola in canapa lino o solo canapa. Pietro Marcuzzi (nato nel 1796 trascritto nel registro anagrafico come "tesero") e i suoi figli: Giovanni Battista (1830), Valentino (1847), Antonio (1843) facevano i tessitori nella loro casa di via Porta Ferrea. Testimonianze orali di questa "azienda" casalinga si hanno fino agli inizi del 1900. Giovanni Antonio Lizzi (1809), proveniente da Farla di Maiano, svolgeva il suo lavoro per la gente nella casetta di via Lucca. Era soprannominato "telecre" cioè tela di canapa. Infatti la canapa veniva portata in via Lucca, lavorata e poi tessuta sui telai, uno al pianterreno e uno al primo piano. Italia Catasso (1891) certamente lavorava a domicilio nella frazione di Battaglia fino al 1930/1940, poi si trasferì a Pagnacco, dove portò anche il suo telaio. Al museo è presente un piccolo telaio a licci, che esemplifica il procedimento della tessitura casalinga.



L'abito dei primi decenni del secolo scorso conserva i suoi elementi tradizionali: gonna arricciata, maniche, busto ben foderato, ma la schiena non ha i consueti cuartins di daûr. E' il primo passo nella semplificazione dell'abito femminile: sparisce la camicia allo scoperto, il bustino distinto ancora dalla gonna. La sottoveste (cotule sot), di tela robusta a quadretti per l'abito feriale, in tessuto più fine o lana per la festa, è larga come la gonna, arricciata e stretta in cintura. Scompare con l'abito tradizionale in due pezzi. Il grembiule (grimâl), capo che completava l'abito è indossato sempre: a casa di stoffa ordinaria, scuro, ma per la festa di seta e ricamato. Anche dopo il tramonto del costume, il "grembiule a vita" (grimâl di panze) dura tra le anziane fino ai nostri giorni ed ha precisa funzione. Il fazzoletto da testa e da collo (fassolet) di tessuti vari (cotone, lana, seta) di difficile reperimento, è usato ancora oggi dalle donne anziane. Il costume vero e proprio sparisce gradualmente, dalla fine dell'800. Nella seconda metà del '900 è generale l'adozione del vestito intero accorciato secondo la moda. Si adottano colori spenti, specie per gli abiti della festa (grigio, tortora, marrone, blu). Il discorso fatto riguarda soprattutto le donne giovani, pronte ad accogliere la moda, che risponde peraltro alle necessità di un tipo di vita che muta velocemente. Il vestito che si accorcia, si fa dritto e si semplifica, non è adottato dalle persone più anziane, che continuano a portare cotule più bust e fassolet di cjâf fino ai nostri giorni.









La maglia (maie) è il capo di biancheria più intimo, chiamata cucje, cioè lavorata a maglia, di cotone o di lana d'agnello senza maniche né bottoni, era indossata sotto la camicia. Confezionata a macchina dopo la seconda guerra mondiale, aveva manica lunga, collo a giro, apertura con due o tre bottoni d'osso. Al posto della maglia poteva essere indossata una camicia consunta (cjamese fruade). Camicia (cjamese), indossata sopra la maglia o direttamente sulla pelle, era di cotone a righe o a quadri di colore scuro (regadin) o di lana, lunga fino al ginocchio, dietro quattro dita di più. Dietro aveva carrè e un faldone (canon) per risultare più ampia, sui fianchi un'apertura arrotondata. Davanti aveva apertura completa con bottoni (el petorâl), un rinforzo a punta della stessa stoffa, fino allo sterno. Il collo, a fascetta senza colletto, poteva avere una patele, striscia di tela abbottonata da un lato, maniche lunghe con polsino alto. Generalmente l'uomo aveva tre camicie: una per la festa e due per il lavoro (gjave e met). Mutande (mudantes): entrate nell'uso abbastanza tardi, erano rare tra la popolazione meno abbiente. Di tela pesante o di flanella, sostenute in vita da una fascia di stoffa (cinturêle) con due bottoni sul davanti, erano strette sul dietro da un particolare intreccio di legacci. Lunghe fino alla caviglia, si restringevano appena sotto le ginocchia ed erano aperte in fondo: l'apertura lunga circa quattro dita, permetteva i pediluvi ed era chiusa con fettucce che, attorcigliandosi alle gambe, sostenevano i calzetti. Gilet (zac, giac): indossato sopra la camicia, talvolta era della stessa stoffa della giacca (camisole), che lo completava. Giacca lunga (stiriane): di panno pesante, ben chiusa al collo, si portava d'inverno come cappotto. Mantello (tabâr): di panno nero o marrone con il colletto, poteva essere lungo al ginocchio o alle caviglie e si portava con un lembo gettato sopra la spalla. Pantaloni (bregons): di tela grezza, per lo più a quadri d'estate e di fustagno d'inverno. Quando faceva freddo se ne indossavano due paia: i più pesanti direttamente a contatto con la pelle.


Dalla nascita, fino al compimento dell'anno, i bambini venivano tenuti in camera, e, per almeno due o tre mesi, erano fasciati stretti con larghe fasce con la convinzione che braccia e gambe crescessero più dritte e forti. Avvolti spesso in veri e propri stracci (peçots), non avevano un "corredino" molto ricco. D'inverno i neonati erano tenuti nel letto dei genitori (pur avendo la culla di legno), dov'erano meglio difesi dal grande freddo che c'era nelle camere. Quando cominciavano a camminare, indossavano una vestina (cotule), uguale per maschi e femmine, scura e sotto una maglietta con maniche lunghe e bottoncini, ricavate dagli indumenti degli adulti (tirâ simpri te robe vecje). Le bambine e le adolescenti portavano abiti scuri, ridotti da quelli delle mamme (le stesse mondure), non usavano le mutande e tutti camminavano scalzi (a talpe di lilo) d'estate, con gli zoccoli e staftes d'inverno. Per sostenere le calze (grigie, nere, marroni) veniva usato il bustino (bustut), un indumento di cotone anche flanellato, corto fino in vita, abbottonato dietro con tre bottoni, dotato di elastici sui fianchi. Possedevano due vestiti: uno "feriale" (di dîsdevore) e uno per la festa. Non esisteva il cappotto e d'inverno andavano a scuola con uno scialletto (pelegrine).









L'uso delle scarpe è molto parco nella società contadina e nelle donne in particolare; servivano, per chi aveva la possibilità di possederne, per il matrimonio e per le feste. Lo stafet è la calzatura fatta in casa con suola di stoffa e tomaia di velluto, usato soprattutto dalle donne, ma anche dai bambini e dagli uomini. Si facevano i stafets nuovi a maggio, per andare a Rosario, a Dicembre per il Missus di Natale o per la Settimana Santa. La suola (suele) era fatta di quattro strati di stoffa, fittamente trapuntati con lo spago. La forma veniva segnata e ritagliata con lo stampo. Per non consumarla, i stafets venivano insuelâts, cioè rinforzati sotto la suola con materiale resistente. Spesso si usava una tomaia di cuoio di zoccoli smessi, che veniva messa nell'olio per essere ammorbidita, e poi attaccata alla suola da rinforzare con minuscoli chiodi a testa quadrata (brucjutes di pueste). Prima della seconda guerra mondiale, la suola era rinforzata con il copertone di gomma delle biciclette, poi con suole apposite di gomma. La tomaia (scjapin) era di velluto o di fustagno. Negli stafets chiusi, soprattutto quelli maschi veniva messo un elastico nella parte anteriore dell'apertura. In quelli femminili la punta era spesso sottolineata da un ricamo a punto strega, che la abbelliva. La tomaia e la suola erano collegate dal vuardul, una striscia di stoffa che le teneva unite saldamente. I bambini usavano i stafetuts cu le tirelute, una linguetta con bottone per tenerli calzati. Negli stafets aperti, fatti in casa con lo stesso procedimento, la tomaia poteva essere di altro materiale; panno, stoffa a quadri, talvolta si usavano anche cappelli. Lo stafet aperto, in alcuni casi viene definito papuce, era di cuoio sopra e sotto, con il tacco appena accennato.


La cicule è la calzatura fatta con suola di legno e tomaia in stoffa, velluto, cuoio. Le donne calzavano solo zoccoli aperti, mentre gli uomini e i bambini indossavano zoccoli chiusi, con la tomaia di cuoio a mo' di scarponcino con i lacci, per proteggere il piede; gli adulti usavano les pieces di pît, specie di fasce di tela; d'inverno, grossi calzetti di lana. La suola (suele), per lo più intagliata dagli uomini a casa, veniva anche comperata al mercato e confezionata con la tomaia nelle famiglie. Per le donne la suola aveva un piccolo tacco, alto due, tre dita. Per rinforzarla si usavano lamine di ferro dette schies o blscjes; negli zoccoli maschili invece borchie dal capo più largo e quasi quadrato, più corti per non trapassare la suola (i brucjons). Sul bordo della suola, vi era una scanalatura detta agadôr. La tomaia (scjapin): per lo più di cuoio, poteva essere anche di velluto per le donne, o di semuline, cioè pelle di pecora conciata come il cuoio, spesso usata per fare puntali di rinforzo anche in altre calzature; per rinforzarla, veniva messa una striscia di latta o di cuoio lungo il bordo, chiamata centine. I bambini avevano zoccoletti di legno più sottile con sopra due strisce di cuoio, tipo sandalo. Per non consumarli li tenevano i mano (e lâvin a talpe ci cjan o di lilo) e li indossavano entrando a scuola o in chiesa.






Pianella con suola in legno e tomaia in cuoio, ma anche calzatura interamente realizzata in cuoio con tacco.





Le dalmines erano una calzatura grossa, fatta a conca (concje) con spessa suola di legno dal bordo rialzato e la tomaia di cuoio fino a metà piede. Usate soprattutto d'inverno da uomini e donne per lavorare, venivano preferite agli zoccoli perché preservavano il piede dal freddo e dal bagnato.