La meccanizzazione in agricoltura nelle nostre zone è approdata con discrezione. Alla fine degli anni '50 erano ancora pochissimi i trattori usati quasi esclusivamente per l'aratura. Uno dei mezzi che per alcuni anni ebbe ampia diffusione fu la motofalciatrice. I benefici derivavano dalla discreta velocità sui terreni pianeggianti e soprattutto dalla possibilità di falciare abbastanza agevolmente sui pendii non troppo ripidi delle nostre colline. La meccanica non era molto complessa con l'unico inconveniente forse di un'accensione macchinosa (avvio del motore a benzina e poi passaggio al petrolio) almeno nei primi modelli. Nel corso degli anni la motofalciatrice venne dotata di accessori ed altri accorgimenti come il "ranghinatore" o il gancio per il traino di carichi leggeri. Alcune delle prime utilizzazioni furono dettate dalla mietitura. Dapprima un secondo sedile simile a quello della falciatrice trainata dai cavalli, poi la grande ruota a pale che andava a sostituire il secondo operatore, infine il meccanismo che permetteva di legare i balz in maniera uniforme. Con un solo passaggio una persona andava ad eseguire un lavoro per il quale erano necessarie diverse braccia e molta fatica.

 

 



Già con l'avvento dei primi mezzi meccanici è possibile ampliare il raggio d'azione. Aumentano le superfici destinate alla coltivazione ma nel contempo vengono ridotti i tempi della mietitura. Si provvede ancora a formare le file ben allineate di covoni dove gli steli possono completare l'essicazione, in attesa del turno per andare alla trebbia. L'immagine può essere letta anche emblematicamente sul continuo susseguirsi dai lavori campstri. Mentre in primo piano il campo mietuto testimonia una fase ormai quasi conclusa, in secondo piano il mais, che ha già richiesto la sua dose di fatica al momento della semina, della sarchiatura sarì e dei rincalzi solzà, prosegue il suo ciclo che si concluderà in autunno. Sullo sfondo le colline presentano i pendii dove in estate si procederà allo sfalcio dei prati e dove in inverno si andrà a tagliare arbusti, polloni e ramaglie.



La fase seguente alla raccolta del frumento, è quella della trebbiatura. Anticamente i contadini usavano il metodo di battere (scomâ) il frumento mediante il batali, un arnese composto da un manico lungo, da una specie di clava e da una striscia di cuoio che li unisce. Dopo battuto, il frumento subiva un altro procedimento, veniva palotât cioè lanciato con una pala per liberare i chicchi: alcuni contadini facevano camminare le mucche sopra le spighe per far uscire i chicchi. La pulizia del frumento dalla pula avveniva mediante il vaglio (vâl), un cesto di vimini fatto a conchiglia con due manici, col margine ribassato da un lato, che serviva par svalâ el forment, cioè ripulirlo dallo scarto agitandolo (l'operazione è anche detta vandi). L'ultima fase della pulizia era il passaggio dei chicchi al setaccio (tamês, draç) ; per questo veniva usato anche il buratto, (buràt ),che era un setaccio più complesso. Tutte queste operazioni manuali vennero poi svolte dalla trebbiatrice che si diffuse all'inizio del secolo. La trebbiatura a mano venne preferita da molti contadini anche dopo la diffusione della trebbiatrice, soprattutto perchè in questo modo la paglia resta indenne a lungo e viene impiegata per diversi usi ( esempio aggiustare i tetti ecc.). Tutti i contadini invece trebbiavano a mano la segala per ricavarne il soleâr cioè la paglia pettinata che serviva a legare i covoni del grano.

 


 


Nelle sale di Cjase Cocèl sono collocati alcuni oggetti che pochissimi possono ricordare di aver visto all'opera, ma compito di un museo vivo è renderne visibili le utilizzazioni. E' il caso del batali destinato alla battitura di modiche quantità di frumento che poi veniva pulito o meglio vagliato con l'apposito cesto basso e ampio: il zei di vàl. E' la fase culminante: la complessa macchina conclude il ciclo del raccolto. Dal carro, sapientemente caricato con le spighe rivolte verso l'interno, i fasci di frumento vengono posati sulla piattaforma dove abili mani tagliano il legaccio e aprono a ventaglio le spighe introducendole nell'ingranaggio. I sacchi posti sul retro si riempiono di granella, mentre la paglia, espulsa sul davanti viene convogliata alla pressa e legata in balle. La grande fatica è finita. Si riordina l'aia mentre galline e animali da cortile partecipano alla festa a modo loro rimestando nella paglia e tal pulvin.



Tra i cereali seminati in autunno e raccolti in estate la segale ha avuto un ruolo di rilievo fin dai tempi più remoti. Sopportava bene il freddo e dava soddisfacenti rese sui terreni da poco messi a coltura dopo i disboscamenti. Nel Medioevo il pane nero, che era il fondamento dell'alimentazione popolare, conteneva più segale che frumento. Anche dopo la diffusione del mais, la coltura della segale continuò ad avere importanza soprattutto nell'alimentazione del bestiame e per l'utilizzo della paglia. Sempre tagliata a mano, la segale rimaneva ad asciugare per un po' sul terreno "in cjape". Una volta portata sull'aia se ne battevano le spighe su un "zoc" o una grossa pietra per farne uscire i semi, e la si pettinava usando un grosso rastrello fissato con i rebbi all'insù. Una manciata alla volta, si andava ad affastellare un mucchio quale poteva essere abbracciato da un adulto. I bals venivano appesi sotto la linde del fienile, a testa in giù per favorire la fuoriuscita di eventuali chicchi rimasti. Diversificati erano gli utilizzi:

  • copertura dei tetti degli edifici rustici
  • leandes per mangjadure
  • pipines per la filatura dei bachi da seta