La cantina del Museo è stata allestita con reperti provenienti da antiche cantine smantellate. Qui troviamo tutti gli attrezzi necessarie alla vinificazione. Si notano, innanzitutto, il tino (brancjel), la botte più gande (bote) e quella più piccola (caratel). I questi recipienti, notiamo il cjalcon, cioè il tappo di legno che chiude il foro alla base, da cui viene tolto il vino. Vi sono poi i recipienti di legno che si adoperavano in cantina (brente), e i mastelli, sempre di legno (sentine), che venivano posti, quelli rotondi sotto il tino e quelli ovali sotto il torchio, per raccogliere il vino. Altri contenitori, alti e stretti, servivano per le misurazioni. Sopra le botti, vi sono diversi imbuti di legno (plere), di misure e forme diverse, costruite apposta per restare in equilibrio sulla superficie convessa della botte. Nelle botti veniva messo a "bollire" il vino bianco, subito separato dalle vinacce; per controllare il grado di "bollitura" e per favorire lo sfiato del gas, veniva posto il bolidôr, un tubicino di ferro, piegato a forma di uncino. |
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Un'estremità veniva infilata nel foro superiore della botte, adegutamente sigillato, mentre l'altra fuoriusciva attraversando una specie di ciotolina riempita d'acqua che "bolliva" insieme al vino e serviva a controllarne il tempo di fermentazione. I vini rossi (neri) venivano fatti fermentare (e bulivin) in tini aperti, riempiti fino a circa un paio di spanne dall'orlo. La "bollitura" faceva sollevare in alto le vinacce (el vin al dave su le trape); uno strumento di legno con raggi contrapposti, serviva per rivoltare le vinacce, in modo che il mosto sottostante prendesse forza e colore. I tempi di fermentazione erano diversi a seconda delle caratteristiche delle uve (3-5 giorni). Molto spesso le prime fasi delle vinificazione avvenivano in altre cantine (non tutti possedevano foladôrs e turclis che il più delle volte si prendevano a prestito o si portava l'uva nelle cantine padronali). Per il trasporto delle botti si usava un attrezzo di legno (scjalon) che serviva a caricare e scaricare le botti dal carro facendole rotolare sulla "rotaia" di legno. Nella cantina del museo troviamo anche le "macchine" tipiche della vinificazione: la diraspatrice (machine masane ue o machine par folâ) e il torchio (turcli). |
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La diraspatrice è la macchina che ha sostituito la pigiatura a piedi (folâ), antico metodo in uso presso tutti i contadini. Posseduta dai grandi proprietari terrieri e spesso "spostata" nelle varie cantine, la diraspatrice completa il lavoro della pigiatrice semplice (che possiamo vedere posta sopra il tino); realizzata in piccola serie, è un interessante esempio di modello mobile. Il suo uso è piuttosto semplice: il movimento meccanico aziona due cilindri che macinano i grappoli d'uva e una barra dentata che trascina esternamente il raspo (raspolon), non utile al processo di vinificazione: trattenuto da un grigliato che lascia passare il mosto (most) e le bucce (cufui) che vengono raccolti nella sottostante vasca di legno. Il torchio è l'attrezzo che completa tutto il procedimento, perché spreme le vinacce per trarne il secondo vino, passato, prima di scendere nella sentine ovale, attraverso un setaccio (tamês) per togliere i residui di vinacce. Quello che resta di questa spremitura (trape) veniva mandato alle distillerie per ricavarne la grappa (sgnape), o utilizzato per fare la brovada (bruade) con rape conservate nel tino con le vinacce. Bruadin è il sapore di rape acide che rimane ai tini nei quali è stata preparata la bruade. Altri attrezzi presenti nella cantina sono i recipienti che conservano il vino dopo i vari travasi: damigiane (damigjanes) di vetro impagliato con vimini e bottiglie in spesso vetro scuro. Legati alla viticultura, sono esposti gli attrezzi adoperati per irrorare le viti con il solfato di rame (machine dal solfato). |
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L'orto e la vigna erano un tempo parte inscindibile della casa agricola friulana. Si accedeva direttamente dall'aia (curtil) attraverso un portone (riscjel) di legno ed è caratterizzato da un viale alberato che si proietta lungo tutto il percorso dell'orto o della vigna per concludersi a campagna aperta. L'orto di Cjase Cocèl ripropone appieno questo schema. Infatti il viale è caratterizzato dal tipico filare arborato-vitato (gelso e vite maritata), mentre gli altri filari sono unicamente destinati a vite di varie specie di bianco e di rosso. I pali verticali sono di legno di robinia (acacia), mentre orizzontalmente i tralci sono sostenuti da filo metallico di ferro. Le viti sono coltivate con il metodo antico detto "alla cappuccina": a circa 80 cm. di altezza vengono recisi i tralci vecchi e conservati due o tre tralci (dell'anno precedente) destinati a fruttificare e a generare altri tralci. L'azione di potatura (cuinça) avviene a fine inverno e richiede particolare perizia; quella di cimatura dei tralci (spontâ) nel corso dell'anno, serve a dare più vigore ai tralci fruttiferi. |
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