Udine - Area del Castello

Da piazza Libertà si sale al Castello, si attraversa l'Arco, sormontato dal Leone Veneto, che nel 1556 Andrea Palladio progettò in onore del luogotenente veneziano Domenico Bollani, congiungendosi alla loggia di S. Giovanni: opera notevole per il senso di forza che sprigiona dal rustico bugnato e per il ricco cornicione a triglifi, patere e bucrani; si percorre quindi la Loggia detta del Lippomano dal nome del luogotenente che ne ordinò la costruzione (1487), un lungo viadotto coperto, diviso in quattro corpi ascendenti, legati da brevi scale che l'ininterrotta serie di archi trilobi rende di sicuro piacevole effetto. Si giunge così alla Chiesa di S. Maria, la più antica della città, costruita in un luogo in cui già nell’VIII secolo doveva esistere un edificio sacro; alcuni frammenti decorativi, tra cui un Cristo Logos, ne presuppongono la costruzione in epoca longobarda, sotto Liutprando, ma è anche possibile che addirittura in precedenza sorgesse qui una chiesa. L'attuale costruzione risale tuttavia ai secoli XII-XIII; importanti rimaneggiamenti avvennero nel Cinquecento, mentre l'interno fu completamente trasformato in epoca neoclassica (1797-1801). I restauri di una cinquantina d'anni fa (1929-31) hanno tuttavia permesso di recuperare, almeno all'interno, l'originario spirito romanico. La facciata risale al 1513-1526 ed è stata eseguita su progetto di Gaspare Negro cui era stato affidato l'incarico dopo il terremoto del 1511. La facciata è divisa orizzontalmente in due parti: l'inferiore, tripartita da lesene corinzie sormontate da capitelli dello stesso ordine, presenta ai lati due finestre di notevole dimensione, mentre nella parte centrale fa bella mostra di sè un ampio portale, ricco di effetti chiaroscurali; la superiore ricorda molto da vicino nell'impianto compositivo l'analoga parte del duomo di Cividale. Anche il bel Campanile sormontato dall'angelo girevole con l'indice puntato ad indicare la direzione dei venti, che con i suoi 43 metri di altezza domina la vasta pianura friulana ed è un po' il simbolo di Udine e dell'intero Friuli, fu eseguito su progetto di Gaspare Negro ma, forse per mancanza di denaro, la costruzione fu sospesa dopo 48 giorni dall'inizio dei lavori (1515) all'altezza della cella campanaria. I lavori furono ripresi nel 1539 ed ultimati l'anno seguente: intanto però al Negro si era sostituito Giovanni da Udine, cui si devono cella campanaria, tamburo e cupola emisferica. L'interno della chiesa di S. Maria di Castello è a tre navate divise da ampie arcate a tutto sesto; l'abside centrale e la laterale destra conservano importanti affreschi, quasi del tutto scomparsi invece nell'absidiola di sinistra. Affreschi medioevali, provenienti da altri edifici, statuaria in legno e in pietra decorano la chiesa. Nell'absidiola di destra, a fresco, sono raffigurati la Deposizione dalla Croce nel catino, gli Apostoli nell'emiciclo, un offerente (resto di un vasto velario) nel basamento, la Morte della Vergine ed il Battesimo di Cristo sulla parete esterna sinistra. La loro esecuzione può essere fatta risalire alla metà del XIII secolo: ne furono validi autori artisti influenzati probabilmente, più che dall'arte aquileiese, da quella dell'Austria meridionale. Di timbro occidentale sono il vivo gusto espressionistico e l'assoluta mancanza di proporzioni, evidente soprattutto nel corpo del Cristo staccato dalla Croce da Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea, e nelle quinte architettoniche simboleggianti Gerusalemme. Ad un pittore del tardo Trecento paiono invece appartenere i guasti e restauratissimi affreschi dell'abside centrale, che presenta varie stratificazioni, dove si vedono l'Incoronazione della Vergine, la teoria degli Apostoli, figure di Santi e la Dormitio Virginis. Alla chiesa di S. Maria è addossata la Casa della Confraternita, edificio medioevale restaurato nel 1930. Domina il colle e la città di Udine l'ampio, maestoso Castello. Da tempo immemorabile, certo prima ancora del periodo longobardo, sorgeva sul colle di Udine un castello fortificato che nel 1222 divenne dimora del Patriarca. Ampliato e ristrutturato, ingrandito e abbellito di torri e mura, gravemente danneggiato dal terremoto del 1348 ma in breve ricostruito, il castello venne completamente raso al suolo dal terremoto del 1511. Il progetto di ricostruzione venne affidato all'architetto Giovanni Fontana, di origine lombarda ma abitante in Venezia. Il 2 ottobre 1517 si diede avvio alla costruzione, cui attesero contemporaneamente più di cinquecento uomini. La complessità del lavoro, la vastità della fabbrica e forse anche la difficoltà di reperire i fondi necessari, fecero sì che la costruzione procedesse a rilento, tanto è vero che quando nel 1519 il Fontana lascio Udine dove si era trasferito per dirigere i lavori, in pratica si erano terminati solo il pianterreno e l'ammezzato. In seguito Giovanni da Udine, cui toccò, intorno al 1547, di proseguire e concludere il palazzo, mutò forse il progetto originario nella parte che ancora restava da costruire, inserendovi il bello scalone esterno a due rampe sul lato nord, che conferì all'edificio un aspetto di impronta decisamente romano-cinquecentesca, diverso da quello proposto dal Fontana. Altre modifiche interne vi furono apportate nei secoli successivi per adibirlo a vari usi: caserma, carcere, sede municipale. Oggi il Castello si presenta maestoso, possente nella sua struttura, articolato dalla successione di finestrelle, balconi, finestre ed arricchito nella parte centrale della facciata dal classico motivo dei tre fornici affiancati da colonne e lesene che, pur nella interpretazione sostanzialmente lombarda, richiama alla memoria gli archi trionfali romani. Dal 1906 il Castello è sede dei Civici Musei e Gallerie di Storia e Arte di Udine. Chiuso al pubblico dopo il terremoto del 1976 che ha lesionato l'edificio, il Castello - ultimati i lavori di restauro - è diventato sede delle seguenti sezioni museali: Lapidario; Museo Archeologico e Raccolte Numismatiche; Galleria di Arte Antica; Galleria dei disegni e delle stampe. La Galleria di Arte Antica è costituita non tanto da opere provenienti dal collezionismo privato (anche se esse non mancano, e ce n'è di Bicci di Lorenzo, di Fiorenzo di Lorenzo, di Bernardo Strozzi, la cui bellissima Berenice è senz'altro uno dei pezzi migliori del museo), quanto da dipinti, o statue, raccolti nelle chiese, nelle case, nei palazzi della regione così da permettere al visitatore di seguire con sufficiente chiarezza l'evoluzione dell'arte in questa zona, soprattutto nel periodo che va dal XV al XVIII secolo. Un'arte che può essere sostanzialmente definita veneta nella sua più larga accezione, anche se i pittori friulani, soprattutto nel Quattro-Cinquecento, influenzati come sono dalla pittura e dalla grafica tedesca, accentuano quel tono di nordicismo, quella secchezza della linea che è anche nota peculiare dei minori artisti veneti. Tra i pittori del Quattrocento possiamo ricordare Andrea Bellunello, la cui grande tela (ben 284 per 908 cm) con la Crocifissione, Santi, il Leone di San Marco e le insegne della città di Udine, fu eseguita nel 1476 per la sala del consiglio di Udine; il colore, per effetti chimici, si è alterato per cui il quadro è scarsamente godibile; e tuttavia compiono ad evidenza i motivi dominanti l'arte di questo rinnovatore della pittura friulana: asprezze di tipo nordico e durezza di impaginazione; Domenico da Tolmezzo, il maggior intagliatore del XV secolo, qui presente con una delle rare sue opere di pittura: S. Lucia (1479), in cui neppure un aurorale respiro rinascimentale avvertibile nella struttura architettonica riesce a far dimenticare la rozzezza tecnica, la sordità del colore, la fissità delle figure; Vittore Carpaccio, che con la tela del Cristo e gli strumenti della Passione dipinta nel 1496 per la chiesa di S. Pietro Martire di Udine offrì, attraverso la nuova impaginazione che teneva conto dei raggiungimenti di Antonello da Messina, motivi di profonda meditazione ai pittori friulani. Tra questi Giovanni Martini, di cui vediamo una lunetta con S. Domenico, parte superiore della pala di S. Orsola dipinta nel 1507 sempre per la chiesa di S. Pietro Martire di Udine e ora a Brera; Girolamo da Udine, la cui Incoronazione della Vergine, bella ma assai guasta, è l'unica opera conosciuta (ca.1507); Pellegrino da San Daniele che nella maturità arricchì il proprio linguaggio accostandosi alla maniera del Giorgione, del Pordenone e dei pittori di scuola ferrarese, come è dato di vedere proprio nei dipinti conservati in museo: una grande Annunciazione (1519) eseguita per la Confraternita dei calzolai di Udine, e le portelle per l'organo del duomo di Udine (1519-21) con la Consegna del pastorale a S. Ermacora e i Dottori della Chiesa. Il Cinquecento è ben rappresentato da un Eterno Padre (1527) di Giovanni Antonio da Pordenone, da un'Estasi di S. Francesco di Pomponio Amalteo, dipinta per la chiesa di S. Francesco di Udine tra il 1560 ed il 1570, pregevole per l’impaginazione ampia e per la delicatezza del panneggio; dai quadri di Sebastiano Florigerio; Apollodoro da Porcia, Nicolò Frangipane, Innocenzo Brigno, Secante Secanti, da una tela con l’Estasi di S. Francesco che viene comunemente attribuita al Caravaggio e che proviene dalla chiesa di S. Giacomo di Fagagna, da un quadrone del 1595 di Palma il Giovane con la Vergine e il Bambino, S. Ermacora e S. Marco (che può essere interpretato come la Dedizione di Udine a Venezia), nel quale è motivo degno di nota lo scorcio con la delicata e attenta rappresentazione di piazza Libertà con i suoi monumenti, il castello e la loggia di S. Giovanni. Del Seicento, accanto a dipinti di maestri veneti operanti nella regione, si ha una bella serie di quadri di Antonio Carneo: Il giramondo, vivace ed immediato ritratto ricco nell'impasto cromatico, tenuto su toni color marrone, ed esuberante nel tocco (1670), la Meditazione, la Sacra Famiglia venerata dal luogotenente e dai deputati (ca. 1667), grande quadro di maniera. Il museo inoltre possiede alcuni ritratti di Sebastiano Bombelli. Numerosi sono infine i dipinti dello splendido Settecento veneto, tra cui la pianta prospettica di Udine (ca. 1690), opera giovanile di Luca Carlevarijs, nella quale l'artista offre un valido saggio di quelle qualità di vedutista che caratterizzeranno in seguito la sua attività; alcuni dipinti del carnico Nicola Grassi, seguace del Piazzetta, tra cui Loth e le figlie, l'Incontro di Giacobbe e Rachele (ca. 1730-40), l'Adorazione dei Magi (ca. 1735); e quattro splendidi pezzi di Giambattista Tiepolo: S. Francesco di Sales (ca. 1730-35) ed un Angelo custode (1737) provenienti dalla chiesa (soppressa) di S. Maria Maddalena dei Filippini di Udine, la Fortezza e la Sapienza (1740-43) che decorava il soffitto del salone di palazzo Caiselli a Udine e il Consilium in arena del 1749-50. Celebre quadro che ricorda un particolare episodio: il conte Filippo Fiorio, udinese, aveva fatto domanda nel 1740 per essere ammesso quale cavaliere di giustizia nell'ordine di Malta e poiché il priorato di Venezia aveva opposto rifiuto dicendo che i nobili di Udine non avevano i requisiti necessari, si fece ricorso all'autorità pontificia la quale, dopo alcuni anni, stabilì che la controversia fosse discussa dal consiglio stesso dell'ordine di Malta. Alla seduta partecipò, in qualità di rappresentante di tutta la nobiltà udinese e difensore delle ragioni del Fiorio, il conte mons. Antonio di Montegnacco nel settembre del 1748. Il Montegnacco ottenne la conferma del diritto non solo del Florio, ma dell'intera nobiltà udinese, di essere iscritta all'ordine di Malta e per ricordare l'avvenimento commissionò al Tiepolo il dipinto fornendogli una lunga, dettagliata descrizione di ciò che aveva visto. Il Tiepolo in questo piccolo capolavoro si comporta da fotografo-cronista scendendo tra la folla dei personaggi per fissarne con simpatia, ma anche con sottile e pungente umorismo, certi umani veristici atteggiamenti in un'atmosfera resa viva e animata dall'intensa e guizzante pennellata e dalla sapiente distribuzione della luce. Ancora vanno ricordati un S. Vincenzo Ferreri di Giandomenico Tiepolo (ca. 1750-60) e, per arrivare a tempi più moderni, almeno i quadri dell'ottocentesco Odorico Politi. Ad accrescere il prestigio del museo contribuisce anche la collezione di disegni antichi che annovera pezzi di una certa importanza, quali quelli di G. A. Pordenone, Andrea Vicentino, Palma il Giovane, Antonio Carneo, Nicola Bambini, Giambattista e Domenico Tiepolo, Gaspare Diziani, Francesco Chiaruttini, Michelangelo Grigoletti, Odorico Politi, e che solo da pochi anni era stata ordinata in una apposita sezione. Per quanto riguarda il Museo Archeologico, vi troveranno sistemazione gli oggetti confluiti da varie località delle Province di Udine e Pordenone, materiale di epoca romana ed altomedioevale. Il Gabinetto numismatico riproporrà una scelta delle decine di migliaia di monete di importanti collezioni cedute al Museo. Sull'erboso spiazzo al sommo del colle, da cui si gode un eccezionale panorama sulla città, sulla aperta pianura fino al mare, sulle ondulazioni moreniche, sulle lontane Alpi Carniche e Giulie, c'è da ultimo da visitare la Casa della Contadinanza, ricostruzione di un edificio che si trovava in via Vittorio Veneto nel quale si riunivano i sindacati dei contadini friulani, dopo che, nel 1518, i loro rappresentanti si erano rivolti al doge di Venezia per protestare contro nuove imposte decise dal Parlamento della Patria del Friuli. Prima del terremoto, nella casa della Contadinanza erano state raccolte armi - non solo italiane - dal XVI al XVIII secolo, ora collocate nella Villa Manin di Passariano.